Eroi d'América: Carlos Alberto Aguilera

Eroi d'América: Carlos Alberto Aguilera

© foto di Nicolo' Zangirolami/Image Sport
Più eroe d'Italia, nella fattispecie Genoa e Torino, che eroe d'América, ma ancor prima di arrivare nel nostro campionato il brutto anatroccolo (Pato) era diventato cigno già in Uruguay.
 di Oreste Giannetta articolo letto 4026 volte

Dopo gli esordi nel piccolo River Plate di Montevideo, la carriera di Carlo Aguilera prende subito la strada del ben più ambizioso e titolato Nacional. Gli si schiudono così le porte della nazionale, a partire da quella Under 20 con la quale gioca due mondiali di categoria. L’ultimo nel 1983, il suo anno magico.
Dopo aver vinto il titolo col Nacional ed essere stato protagonista al mondiale giovanile, con tre gol in quattro partite, ottiene infatti il pass per la Copa América che si disputa a fine estate. Parte da riserva, ma diventa già decisivo all’ultima giornata del primo turno, quando segna il gol del successo sul Venezuela che permette alla Celeste di mettersi alle spalle il Cile e guadagnarsi la semifinale. L’avversario è il Perù, battuto a Lima per 1-0 proprio con la rete del giovane Pato, prima dell’1-1 di Montevideo che vale la finale col Brasile, voglioso di rivincita dopo la delusione del mondiale spagnolo. Rivincita che pare svanire già dopo la gara di Montevideo, vinta per 2-0 dai padroni di casa, anche se al ritorno la rete di Jorginho sembra poter preludere ad una clamorosa rimonta. A Salvador de Bahia ci sono oltre 90000 spettatori e per la maggior parte sono brasiliani che incitano la loro squadra, ma se c’è una squadra capace di resistere a questa pressione è proprio l’Uruguay, che a metà ripresa colpisce in maniera letale proprio con un guizzo di Aguilera. Non sarà un Maracanazo, ma ancora una volta la supponenza brasiliana deve piegarsi alla concretezza degli Orientales. E l’eroe è proprio lui, il giovane Aguilera.
Dopo la sbornia internazionale inizia un andirivieni con sempre il Nacional come base alla quale ritornare. Prima prova l’avventura in Colombia, all’Independiente di Medellín, poi in Argentina, al Racing Club, e infine in Messico, al Tecos. Nel mezzo, il primo mondiale, giocato proprio in Messico. Aguilera non brilla, però, e l’Uruguay esce agli ottavi contro l’odiata Argentina, che si avvia a vincere il titolo trascinata da Maradona.
Nel 1988, di ritorno dal campionato messicano, passa a sorpresa al Peñarol, la grande rivale del Nacional. Con gli Aurinegros non vince nulla di significativo, ma ormai i tempi sono maturi per il grande salto in Europa, a quasi 25 anni e con già una discreta esperienza internazionale. Lo acquista il Genoa, appena tornato in Serie A dopo anni di purgatorio. Insieme a lui arrivano altri due uruguayani, José Perdomo e Ruben Paz, che non avranno successo, diventando anzi bersagli di battute sarcastiche da parte della sponda sampdoriana della città.
I blucerchiati, pur essendo nel periodo magico della loro storia, hanno però poco da ridere quando parlano di Aguilera, che si integra perfettamente col calcio italiano. Dopo un primo anno discreto, l’esplosione arriva nella stagione 90-91, grazie anche ad un partner d’eccezione, il cecoslovacco Tomáš Skuhravý, scoperto dopo un ottimo mondiale di Italia 90, nel quale Aguilera delude insieme al suo Uruguay, terzo nel suo girone e poi eliminato senza appello dagli azzurri di Vicini.
La coppia d’attacco con Skuhravý va a meraviglia e, anche grazie ai 15 gol di Pato Aguilera, il Genoa conquista un posto in Coppa Uefa che lenisce l’amarezza per il primo scudetto sampdoriano. L’avventura in campo europeo sarà un quasi trionfo, perché il cammino si fermerà in semifinale contro l’Ajax futuro campione, ma ai quarti arriverà l’impresa di Anfield Road, quando una doppietta proprio di Aguilera fissa il risultato sul 2-1 per il Grifone, prima squadra italiana a violare il leggendario campo del Liverpool.
Nell’estate seguente passa al Torino, che di quella Coppa Uefa era stato finalista. La prima stagione è ottima, con dodici gol in campionato e un ottimo affiatamento con altre due torri d’attacco, il brasiliano Casagrande e Andrea Silenzi. Ma soprattutto con la vittoria della Coppa Italia, arrivata dopo la doppia finale ricca di gol contro la Roma. L’anno dopo il rendimento crolla di colpo, tanto che alla fine il bottino è di sole sei presenze, preludio al ritorno in patria, nuovamente al Peñarol, col quale disputerà le sue ultime cinque stagioni agonistiche, tutte premiate col titolo nazionale.
Il calo improvviso di rendimento col Torino si spiegherà poco dopo aver lasciato l’Italia, quando sarà condannato per sfruttamento della prostituzione e spaccio di stupefacenti. Una brutta macchia, poi parzialmente lavata dall’indulto del 2007 che gli permetterà di tornare in Italia senza rischiare l’arresto. Una brutta macchia che comunque non toglie nulla all’ottima carriera di questo attaccante rapido e letale, capace di farsi rispettare in area di rigore negli anni in cui la Serie A era indiscutibilmente il primo campionato al mondo, per competitività.