Eroi d'América: Pablo Bengoechea

Eroi d'América: Pablo Bengoechea

© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Non Ronaldo, Maradona o Pelé, ma giocatori poco conosciuti alle nostre latitudini, che hanno lasciato una traccia indelebile sulla storia della competizione. Si parte con Pablo Bengoechea, l'uomo che ha regalato le ultime due vittorie all'Uruguay.
 di Oreste Giannetta articolo letto 2837 volte

El Profe”, il Professore. È questo l’appellativo col quale già nel 1987, a 22 anni, i tifosi dei Wanderers di Montevideo chiamano il loro giocatore più rappresentativo, Pablo Bengoechea. Arrivato giovanissimo in squadra, per volere del tecnico Oscar Washington Tabarez, Bengoechea non ci ha messo molto per far dimenticare Enzo Francéscoli, che proprio in maglia bianconera aveva mosso i primi passi per poi volare prima in Argentina e poi in Europa. Se col club non si incontrano, in maglia Celeste i due formano una splendida coppia di centrocampisti dalla tecnica sopraffina, in controtendenza rispetto alla tradizione della “garra” uruguagia, la tipica grinta degli abitanti della riva nord del Rio de la Plata. Proprio nel 1987 l’Uruguay è chiamato a difendere in Argentina il titolo continentale, conquistato quattro anni prima, dagli assalti degli odiati vicini, campioni del mondo, e del Brasile, che si affida a Careca e Romário. Facilitato dalla formula del torneo, l’Uruguay si limita a battere l’Argentina in una sfida infuocata al Monumental, nella quale Bengoechea si traveste da marcatore per limitare le giocate di Maradona. Tutto l’opposto nella finale contro il Cile. L’espulsione di Francéscoli, alla mezzora, ne fa il faro della squadra in una gara che vedrà sventolare ben quattro cartellini rossi, due per parte. Proprio lui, al decimo della ripresa, ribadisce in rete una respinta del portiere cileno decidendo la gara e regalando all’Uruguay il tredicesimo titolo continentale. La fama immediata gli vale l’ingaggio da parte del Siviglia, col quale  gioca per cinque anni, diventando lo straniero con il maggior numero di presenze. Idolo dei tifosi, soprattutto per i suoi gol con tiri imparabili da fuori area, non andrà altrettanto d’accordo con gli allenatori, finendo spesso in panchina per colpa del suo ritmo di gioco considerato troppo lento per il calcio europeo. Quando riattraversa l’oceano per tornare in Sudamerica ha alle spalle anche il suo unico mondiale, quello italiano del 1990, disputato però da comprimario, con una sola presenza da subentrato bagnata con un gol inutile nella sconfitta contro il Belgio. Dopo il campionato Clausura argentino del 1992 giocato col Gimnasia La Plata, torna definitivamente in patria per indossare la maglia del Peñarol, il club più titolato del proprio Paese, voluto ancora una volta da Tabarez. Al suo arrivo dichiara: “Giocare nel Peñarol non è semplice, perché se non arrivi primo è un fallimento”. A scanso di equivoci vince i primi cinque campionati disputati in maglia aurinegra entrando di diritto nella storia dei Mirasoles, che erano arrivati a tanto solo nella loro epoca d’oro a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il 1995 è l’anno magico. L’Uruguay è ormai da tempo costretto a rincorrere vanamente le irraggiungibili Argentina e Brasile, eppure non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione del torneo di casa, anche perché si tratta del canto del cigno per i suoi due leader, Francéscoli e Bengoechea. El Principe è in stato di grazia e trascina i suoi prima ai quarti e poi alla finale, dopo aver eliminato Bolivia e Colombia. Bengoechea finisce presto in panchina, sembra che il suo addio alla nazionale debba consumarsi nell’anonimato, ma all’intervallo della gara che decide il titolo l’Uruguay è sotto di un gol contro il Brasile e il C.T. Nunez decide di affidarsi proprio a Bengoechea per tentare la rimonta. Passano sei minuti e l’Uruguay ottiene un calcio di punizione dal limite. La posizione è centrale, succulenta, ma El Principe Francéscoli stavolta si fa da parte. Le finali sono il territorio di Bengoechea. El Profe calcia con un destro a giro che va ad insaccarsi nel sette, con Taffarel a chiedersi come il pallone sia potuto finire lì. Il Brasile campione del mondo è costretto ai rigori e proprio l’errore di Túlio, che aveva aperto le marcature, consegna alla Celeste l’ultimo titolo continentale della sua storia, almeno fino a questo momento. Un titolo ancora una volta firmato Bengoechea, che poi giocherà fino a 38 anni sempre col Peñarol, conquistando altri due campionati.