Neymar bambino, Fred imprescindibile. Venezuela primo, che favola...

Neymar bambino, Fred imprescindibile. Venezuela primo, che favola...

© foto di Andrea Colacione
 di Andrea Colacione articolo letto 6438 volte

Incrivel, ovvero incredibile ciò che sta accadendo in questa pazza Coppa America dove si stanno sbriciolando valori secolari in pochi giorni.  Tutto ciò non è affatto illogico, ma alquanto razionale: con la presunzione non si va da nessuna parte, con il lavoro e la lucidità mentale invece si può arrivare lontano.

Il Brasile ha steccato ancora una volta perché è stato presuntuoso e perché ha qualche stellina a cui il troppo successo ed il troppo clamore stanno evidentemente dando alla testa. E’ il caso di Neymar, corteggiato da alcuni tra i più grandi club dell’universo che per lui hanno offerto ed offrirebbero cifre iperboliche in tempi di austerity. Cifre che oggi Neymar non vale affatto o per meglio dire che vale solo potenzialmente. Mi spiego meglio. Il “menino” più corteggiato del pianeta calcio è come una signorina che ti piomba davanti bella come il sole dopo aver curato ogni minimo dettaglio ma che poi, quando meno te lo aspetti, al momento del dunque, ti manda in bianco. Ieri sera Neymar ha mandato in bianco un tecnico che gli ha concesso grande fiducia e che lo ha riproposto dopo una prima esibizione negativa ma soprattutto ha mandato in bianco milioni di tifosi che erano pronti ad acclamarlo. Non vi nascondo che anche a me Neymar piace da impazzire perché ha numeri che ti lasciano con la bocca spalancata, solo che deve imparare a capire quando è il momento di fare il prestigiatore e quando invece conta vincere le partite. Ha addosso l’incoscienza della sua età adolescenziale e quindi si piace e si compiace ma ha il dovere di crescere in fretta perché la Seleçào non può permettersi di aspettare nessuno: ha il dovere di vincere sempre e comunque. Ieri Neymar è stato fuori dal match quasi sempre e quando è apparso  non ha approfittato dello splendido regalo che gli ha fornito Ganso, suo amico e compagno nel Santos delle meraviglie. Quel pallone avrebbe deciso a tutti gli effetti l’esito del risultato finale e probabilmente anche il suo destino per quel che concerne la “Copa”. Avrebbe potuto salvarlo ed invece Neymar ha deciso di rovinarsi da solo, peccando come al solito di presunzione. Ha un talento sovrannaturale ma il ragazzino  è ancora molto immaturo. Con quel pallone avrebbe dovuto spaccare la porta ed invece ha cercato come al solito un numero da circo, senza comprendere che il circo si fa quando vinci tre a zero e non quando rischi di perdere una partita e di essere eliminato da grande favorito al primo turno.

Il destino in questi casi sa essere molto crudele e difatti è stato molto crudele anche con lui e con lo stesso Brasile, visto che nell’azione successiva il Paraguay è andato in vantaggio e visto che a tenere viva la Seleçào ci ha pensato Fred (finalmente un centravanti!) entrato proprio al posto suo, seppur con colpevole ritardo. Questo Brasile è un cantiere aperto in cui vanno riviste molte cose. Ieri ha avuto molta fortuna ma ora non può più sbagliare davvero neanche una virgola, altrimenti tornerà giustamente a casa con colpevole anticipo. La Seleçào nella prima mezz’ora di gara non ha prodotto nulla ed anzi ha rischiato seriamente di andare sotto, perdonata da Roque Santa Cruz che si è divorato un gol fatto. Poi intorno al 40’ è andata in vantaggio con un gran tiro di Jadson che avrebbe meritato l’espulsione per doppio giallo due minuti prima. Ramires vince un duello con caparbietà, Ganso lascia scorrere ed il centrocampista dello Shakthar fulmina Villar con un bolide a fil di palo.

Il gol segnato sembrava che avesse sbloccato la squadra di Menezes che ha chiuso la prima frazione in scioltezza e sicurezza mentre dagli spalti i tifosi dell’albirroja reclamavano con la voce grossa l’ingresso di Nelson Haedo-Valdez. L’intervallo tuttavia ha offuscato nuovamente le idee ai brasiliani che hanno fatto entrare Elano per Jadson che era a rischio espulsione, mentre il Paraguay è ripartito con il piede sull’acceleratore ed ha giustamente pareggiato al 55’. Estigarribia ha approfittato dell’ennesima voragine lasciata da Dani Alves (inguardabile!) sulla sua fascia di competenza  ed ha servito a Santa Cruz, solo in area, il pallone del riscatto. A quel punto “El Tata” Martino ha indovinato la mossa, accontentando la tifoseria e facendo entrare Haedo-Valdez al posto di un impalpabile Lucas Barrios. Ed è stato proprio Valdez a fulminare Jùlio César dopo un altro errore macroscopico di Dani Alves. Il Brasile non ha più trovato il bandolo della matassa ed ha continuato a giocare con ritmi compassati e senza creare più nulla. A quel punto, a dieci dalla fine, Menezes ha finalmente compreso che doveva togliere Neymar ed inserire Fred, un attaccante per cui stravedo da sempre e che se non avesse troppi infortuni sarebbe da podio. Ed è stato proprio Fred a togliere le castagne dal fuoco. Gran palla di André Santos, splendida finta di Ganso e gran movimento di Fred, assai abile ad accompagnare il corpo ed a fulminare Villar con un fendente tanto bello e preciso quanto determinato e velenoso.

Eì da ciò che deve ripartire il Brasile. Mi sto sgolando da prima che iniziasse la “Copa”: quante volte avrò ripetuto che a questo Brasile manca un centravanti vero? I nomi possibili potevano essere solo due: Leandro Damiào dell’Internacional e Fred del Fluminense. Il primo è stato lasciato colpevolmente a casa mentre il secondo ha dimostrato che se sta bene è elemento imprescindibile. E’ da lui che bisogna ripartire per quel che concerne l’attacco. Ad ogni buon conto l’analisi va completata: non è solo colpa di Neymar se il Brasile ancora una volta ha fatto flop. La difesa è stata inguardabile e francamente non me lo sarei mai potuto immaginare.

Gente come Lùcio, Thiago Silva e Daniel Alves è stata semplicemente inguardabile; eppure stiamo nominando la crema nei rispettivi ruoli d’appartenenza. Deconcentrati e sempre in ritardo hanno commesso incertezze colossali ed imperdonabili per gente della loro classe e della loro esperienza. In questo caso non è un problema di uomini ma bisogna interrogarsi sul perché siano andati tutti in corto circuito contemporaneamente. Il centrocampo è troppo falloso ed a mio avviso manca di un regista basso ed in tal senso vedrei bene Sandro che è bravo ad interdire ma anche ad impostare. Infine le uniche note liete. A parte Fred, di cui ho già scritto tutto, mi sono piaciuti Ramires, uno che dà sempre ciò che ha in corpo, Ganso che seppur senza strafare è stato sempre lucido e mi è apparso in ripresa dopo l’inguardabile gara d’esordio e tutto sommato André Santos che non ha piedi eccelsi ma che si applica e quantomeno non fa danni, mentre Pato non ha il fisico per fare a sportellate da solo contro difese bloccate.

Mi auguro solo che il cittì verdeoro abbia finalmente compreso tutto ciò perché la “Copa” non può più aspettare nessuno e perché non si può sempre estrarre un coniglio dal cilindro all’ultimo respiro. La “Copa” che già rischia di perdere l’Argentina non può permettersi di fare altrettanto con il Brasile: sarebbe davvero troppo.

Chi invece sta continuando a stupire è il Venezuela e ve lo avevo preannunciato che al contrario della Bolivia non sarebbe stato un bluff. La Vinotinta ha sconfitto per la prima volta l’Ecuador in Coppa America ed ora è meritatamente in testa al gruppo B. Tutto ciò per quanto possa sembrare stupefacente non è affatto casuale. I venezuelani sono una squadra che sa quello che vuole e stanno mostrando molte qualità. Fino al 62’, minuto del gol del vantaggio, hanno dominato il match e poi si sono difesi con intelligenza e grinta, cercando le ripartenze ogni qualvolta è stato possibile. In difesa sta facendo benissimo la coppia centrale formata da Vizcarrondo e Perozo, mentre a centrocampo sta continuando a brillare Rincòn, un leader ordinato e dotato di notevole carattere, anche se il match lo ha deciso “Maestrico” Gonzalez con uno splendido bolide da fuori area. Questo Venezuela è una squadra che sta lavorando brillantemente e con grande impegno da tre anni e mezzo e che oggi dopo aver vissuto sempre da cenerentola vuole trasformarsi in principessa. Mi sembra una squadra matura che sa stare in campo; i giocatori sanno quando è il momento di pressare, quando è il momento di attaccare e quando è invece il momento di difendersi. Il giovane cittì César Farìas (appena 38enne) sta compiendo un lavoro brillante: sta dimostrando di avere le idee chiare ed i risultati gli stanno giustamente dando ragione. Il suo Venezuela è un perfetto mix tra esperienza e gioventù: è una squadra propositiva, che sa essere offensiva ma che lo fa con grande equilibrio e che soprattutto gioca per vincere le partite con consapevolezza nei propri mezzi. Inoltre corre fino al 95’ed è molto attenta sulle seconde palle, a dimostrazione che si è  preparata per  la “Copa” molto bene. La scorsa notte ho assistito volutamente sulle tv sudamericane a tutta la conferenza stampa di Farìas, cittì della Vinotinta, perché volevo capire fino in fondo da dove nasceva questa miracolosa esplosione del “futbòl” locale anche se mi ero già documentato a dovere. Ho fissato a lungo i suoi occhi ed ho capito che fa sul serio, che è giustamente convinto del proprio lavoro e che è molto ambizioso. Non so ancora dirvi fino a dove potrà arrivare la sua nazionale in questo torneo ma già vi anticipo che il suo prossimo obiettivo è quello della prima storica qualificazione ad una fase finale di un mondiale. Per l’Ecuador invece la musica è ben diversa: è ad un passo dall’eliminazione ed il cittì colombiano Rueda è sotto accusa per il suo gioco rinunciatario. In attesa che l’eliminazione sia ufficiale (scongiuri ecuadoregni a parte!) nel paese già circolano i nomi dell’argentino Bauza e dell’uruguaiano Fossati, entrambi ex tecnici della LDU di Quito, prima squadra ecuadoregna a vincere nel 2008 la Libertadores.

Vedere il Venezuela davanti al Brasile ed al Paraguay fino a ieri era impensabile ma oggi i tempi sono cambiati e non si vince più con il solo peso della tradizione. Appuntamento a domani dove quasi certamente commenteremo la qualificazione della Colombia, una nazionale che può arrivare molto lontano.